Les 7 Doigts de la main

2002, Montreal - Canada

Collettivo circense. Tra le più famose compagnie di circo contemporaneo, Les 7 Doigts ha riscritto il linguaggio circense coniugando danza, acrobazia, teatro, urban culture, impegno politico e poesia. Dal 2003 il collettivo è diretto da Nassib-El-Husseini, politologo, autore, e in passato consigliere presso agenzie governative e non, in Canada e all'internazionale.

www.7doigts.com

art field

circo

keywords

multidisciplinarietà, circo

context

Romaeuropa Festival

date

Traces

L’intervista è stata commissionata dalla Fondazione Romaeuropa per i programmi di sala del festival.

Con più di 1700 rappresentazioni, Traces è già stato accolto da 25 paesi e più di 200 città in tutto il mondo. Una creazione collettiva, un visionario fuggire all’imminente catastrofe assumendo il rischio, sfidano la gravità. Sette protagonisti combattono ansie e timori del presente attraverso la costruzione di un rifugio, un altrove, un eden terrestre: un luogo in cui formare una comunità all’interno della quale cullare progetti futuri e piccole gioie quotidiane.

“Les 7 doigts de la main”: perché avete scelto questo nome per la vostra compagnia?

Eravamo sette, lavoravamo insieme, facevamo squadra, avevamo un obiettivo comune. In francese esiste un’espressione che definisce l’agire di un gruppo d’individui che insieme formano un’individualità unica come fossero cinque dita di una stessa mano: “les cinques doigts de la main”, appunto. Poiché i membri fondatori di questo gruppo, come dicevo, sono sette abbiamo deciso di chiamarci “Les 7 doigts de la main”. Può sembrare una strana definizione ma la trovavamo appropriata, bizzarra e divertente.

textfoto Alexandre Galliez

Come tanti altri vostri spettacoli, Traces, è stato allestito in tutto il mondo. Cosa racconta al pubblico e da quale idea ha origine?

Traces ha origine dalla percezione di un’imminente catastrofe politica e da un senso di crescente paura. Per rispondere a queste sensazioni, i giovani protagonisti dello spettacolo creano uno spazio protetto, tutto per loro: un luogo sicuro in cui raccogliersi per nutrire la creatività, per raccontarsi delle storie, per vivere nuovi momenti d’intimità. Questo nucleo di gioia, nato all’interno di un contesto minaccioso, è come una fortezza per questi ragazzi poco più che ventenni che sperano e credono di poter cambiare il mondo.

La stampa internazionale che ha assistito ai vostri spettacoli ha spesso definito il vostro circo come “intimo e familiare”. Un circo a dimensione umana. Ciò vale anche per Traces?

Assolutamente si. Quando iniziammo a creare i nostri primi lavori eravamo giovani e inesperti. Il circo cui eravamo abituati era impressionante e spettacolare ma non lasciava intravedere mai l’essere umano nascosto nell’artista. Il circo ha a che fare con il rischio, necessita un grandissimo allenamento fisico, richiede all’artista impegno e dedizione. Noi non volevamo nascondere lo sforzo e le qualità fisiche dei performer e, a questo scopo, nei nostri spettacoli, abbiamo deciso di mettere sempre in risalto l’essere umano. Vogliamo che gli spettatori s’identifichino in noi e che ci riconoscano come simili: uomini con un nome e un cognome, un particolare timbro della voce, delle particolari forze e altrettante debolezze. Vogliamo che gli spettatori si sentano vicini a chi è in scena, che si preoccupino per i rischi che ognuno di noi corre, che si emozionino con noi. E Traces è l’apice di questo tentativo di umanizzazione. Durante tutto il corso dello spettacolo, infatti, gli artisti condividono con il pubblico dettagli intimi delle proprie vite: la loro provenienza, il loro carattere, alcuni aneddoti che caratterizzano il loro percorso. Così lo spettatore si ritrova a ricostruire e riconoscere la personalità di ognuno.

textfoto Alexandre Galliez

Come lavorate alla creazione dei vostri spettacoli? Si tratta sempre di un lavoro collettivo e orizzontale oppure ognuno di voi ha un ruolo specifico nel processo creativo?

Dipende molto dal tipo di creazione. Per alcuni nostri spettacoli come La vie, ognuno di noi ha curato un aspetto specifico dello spettacolo. Traces invece è stato creato da me (Sharon Carroll ndr) e da Gipsy Snider. Eppure tutti gli altri cinque membri della compagnia hanno osservato, e restituito la propria opinione, durante tutto il lungo percorso di creazione. Vi sono altri casi in cui il regista dello spettacolo è uno solo di noi e in cui tutti gli altri membri partecipano in qualità di sguardi esterni. Insomma, la struttura del gruppo è molto flessibile!

Il così detto “nuovo circo” acquisisce una sempre maggiore importanza all’interno del panorama dello spettacolo contemporanea. Cosa indica esattamente questa definizione? E voi, come la interpretate?

Ogni linguaggio e ogni genere artistico prevedono una propria declinazione al contemporaneo. Eppure è difficile dire esattamente cosa sia il contemporaneo. Per quanto riguarda il “nuovo circo” direi che si tratta di una tendenza, all’interno delle discipline spettacolari e circensi, volta alla rottura con il passato e a un’apertura verso nuove e diversissime forme d’espressione. Questo circo contemporaneo si libera dei costumi, delle musiche e dei numeri che definivano il circo tradizionale, per trovare proficue fusioni con la danza e con il teatro. Certo, questi elementi non definiscono in modo esaustivo il “nuovo circo”. In fondo ogni definizione finirebbe per limitare la libertà che caratterizza l’essere contemporaneo di un linguaggio artistico.