Centrale Fies

1999, Dro - Italia

Centrale Fies Art work Space è un centro indipendente di residenza e produzione delle arti performative contemporanee situato all’interno di una centrale idroelettrica di inizio novecento, in parte ancora attiva, proprietà di Hydro Dolomiti Energia. Il progetto, avviato nel 1999 da Barbara Boninsegna e Dino Sommadossi è il primo esempio in Italia di recupero di archeologia industriale a fini artistici e culturali, connotata da un modello di sostenibilità ibrido, cui concorrono contributi pubblici e privati. Luogo di sperimentazioni su pratiche e processi produttivi legati alle residenze artistiche (anche family friendly!) e sede del festival Drodesera.

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festival, performance, biodiversità

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Centrale Fies

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Supernatural

Festival ma soprattutto organismo in grado di riflettere sui temi caldi della contemporaneità e su un futuro da costruire insieme attraverso i linguaggi della poetica. Abbiamo intervistato i curatori del festival (Barbara Boninsegna, Filippo Andreatta) e del relativo premio della performance “Live Works” (Daniel Blanga Gubbay, Barbara Boninsegna, Simone Frangi) per cercare di cogliere i nodi centrali di quest’edizione intitolata Supercontinent².

Al festival di quest’anno “si incontreranno performer, artisti, filosofi, curatori, sound designer, architetti, ricercatori, registi in procinto di riappropriarsi tanto delle tradizioni e dei simboli quanto del proprio futuro, aprendo nuove visioni, producendo biodiversità e complessità di segno, di contenuto, di nuovi sguardi. In programma 41 eventi tra progetti di ricerca, performance e spettacoli di cui 30 presentati per la prima volta in Italia”. Qualche nome?

text *Marco D'Agostin, Avalanche, foto Roberta Segata

Barbara Boninsegna: Hai citato la biodiversità e quindi non possiamo che iniziare da Germinal, uno spettacolo bellissimo de L’Amicale de Production, dove un gruppo di performer rifà tutto daccapo, dallo spazio vuoto del palcoscenico reinventa un intero ecosistema che mette in discussione tutto; dalla storia della scienza all’invenzione della ruota. È un lavoro che è in tour ininterrottamente dal 2012, è stato in tutto il mondo ma mai in Italia! Oppure potremmo citare Emanuele Coccia, un giovane e bravissimo filosofo italiano che ci parlerà dell’intelligenza delle piante e di come le piante siano la forma più intensa e radicale di “essere-nel-mondo”. In più quest’anno c’è una novità legata alla musica dove avremo alcuni artisti che ripenseranno la componente live del concerto avvicinandola alla performance o al teatro: John The Houseband, che ha iniziato suonando il bank-flamenco, un genere di flamenco dedicato alle banche, o Cosmesi, che per la prima volta “fa un disco” pur non essendo una band ma un duo fra il teatro e le arti visive, o Thea Hjelmeland, che sarà per la prima volta in Italia dopo aver vinto il premio per la sezione Indie allo “Spellemannpris Awards”. Il festival ospita anche Gerald Kurdian, che oltre a essere un musicista e a fare anche lui un live presenta con il coreografo austriaco Philipp Gehmacher My shapes, your words their grey: un lavoro magnifico e di transizione fra il black box teatrale e il white cube tipico delle gallerie d’arte contemporanea. Mentre tra gli italiani abbiamo artisti che ritornano al festival dopo aver sviluppato il loro lavoro qui in residenza come Jacopo Jenna, che rimescola i codici della street-dance, Marco D’Agostin, che confronta la danza con la sua possibilità d’archiviazione, oppure Sotterraneo con Overload e l’incapacità di rimanere concentrati.

Sulla scia dell’edizione dello scorso anno, riprendete il titolo del festival Supercontinent, seconda edizione. Non avete smesso di porvi “domande incendiate dalla scorsa edizione”. Quali sono i temi sollevati che riemergono? In che modo vengono approfonditi? Cosa è cambiato?

textSotterraneo, Overload, foto Filipe Ferreira

Filippo Andreatta: L’anno scorso il titolo Supercontinent celava l’idea che i movimenti migratori delle persone disegnassero un continente diverso, inaspettato, grandioso e inclusivo, un Supercontinent appunto. In quest’edizione il movimento non si limita agli esseri viventi ma appartiene alla terra stessa, in fondo è un modo per non dimenticare la deriva dei continenti, che la terra è in movimento perenne e quindi abbiamo deciso di continuare a guardare al Supercontinent e in particolare al suo paesaggio. Per questo, rispetto all’anno scorso, abbiamo inserito alcuni incontri per scoprire ricerche diverse che hanno a che fare con il paesaggio come quella tratta da Il Paese Nero di Luca Ruali, oppure la ricerca dello psicologo Ugo Morelli o il lavoro dell’artista Filippo Minelli. In più abbiamo aggiunto una sezione video ‒con lavori di Jordi Colomer, Werner Herzog, Kristina Norman e Dries Verhoeven ‒ dove il paesaggio diventa un contrappunto visivo e/o tematico.

Live Works Performance Act Award è alla sua sesta edizione. Cosa si è evoluto? Cosa caratterizza gli artisti scelti per questa edizione rispetto alle edizioni passate?

Daniel Blanga Gubbay: Nella preparazione di questa sesta edizione di Live Works, abbiamo percepito un aumento nella qualità dei progetti arrivati, legato principalmente alla crescente conoscenza e circolazione del progetto in contesti nazionali e internazionali. Per il primo anno questo non è dovuto unicamente al lavoro che facciamo dall’interno o al passaparola degli artisti, ma anche all’ingresso di progetti usciti da Live Works in circuiti importanti. Per citare due esempi dell’anno passato, Madison Bycroft presentata a Beirut nel contesto della Biennale di Sharjah o a Lisa Vereertbrugghen che ha recentemente debuttato a BUDA in Belgio. Questi lavori sono in qualche modo ambasciatori, e testimoniano il lavoro di produzione e accompagnamento che è cresciuto in questi anni all’interno di Centrale Fies. Quest’anno c’è stata anche un’importante crescita di application provenienti da contesti non europei, qualcosa che non è sempre facile ottenere per istituzioni europee e che va salutato come un dato molto positivo, non solo perché permette ad artisti di diverse regioni del mondo di essere supportati e di entrare in contatto tra loro nei dieci giorni di residenza, ma anche perché permette agli spettatori di Live Works di avere, nell’arco dei tre giorni in luglio, una visione incredibilmente ricca e rara dello stato della performance oggi, anche al di là dei confini europei, e in differenti declinazioni di linguaggi.

textThea Hjelmeland, foto Andrew Amorim

Che ruolo ha la performance nell’attuale panorama artistico? E quale rapporto tesse con il presente, rispetto, anche, al paradigma della performance definita “storica”? Come è recepita dagli spettatori di oggi?

Simone Frangi: Sin dal primo anno Live Works si è posto in un rapporto particolare con l’idea di “innovazione” nell’ambito della ricerca performativa. L’attività di incubazione dei progetti in residenza ha sempre avuto l’obiettivo di sostenere pratiche che non si relazionassero in modo rigido con il loro ambito di riferimento disciplinare ma che fossero aperte a una fluttuazione tra generi, dispositivi, strategie artistiche di diversa genealogia. E questo vale anche per la questione temporale: se è vero che nella ricerca artistica è forse inappropriato pensare al progresso di un “medium”, è forse anche strano cercare di “storicizzare” i momenti di emersione delle pratiche. Live Works cerca di monitorare proprio quel momento in cui la performance fa irruzione in una pratica, cercando di capire come la riorganizza, o come la spinge fuori dai limiti che essa ha costruito per se stessa. In varie occasioni abbiamo ribadito la nostra diffidenza rispetto a una “specificità della performance”, affermando che il nostro interesse è maggiormente spostato sul suo “nomadismo” e sul modo in cui essa si relaziona con altre posture di ricerca (per esempio il cinema, l’installazione, la partecipazione, il paesaggio, la teoria, l’impegno politico, il pensiero critico). Per quanto riguarda il pubblico, abbiamo registrato negli anni crescente attrazione ed entusiasmo per ricerche ambigue e difficilmente definibili. Ci siamo effettivamente accorti che Live Works, in ormai sei anni di attività, ha iniziato a impostare un certo “immaginario progettuale” ma anche un particolare modello produttivo che, oltre al pubblico, attrae un comunità di artisti legati dalla voglia di spostare determinate certezze presenti nel loro lavoro per affacciarsi in uno spazio di esercizio teorico e pratico allo stesso tempo.