Eva Neklyaeva

1980, Minks - Bielorussia

Di origini bielorusse, residente a Helsinki. Cura progetti nell'ambito delle arti visive e performative. Direttrice di festival e programmazioni internazionali, in Russia e in Finlandia prima di arrivare a Santarcangelo festival dove cura, con Lisa Gilardino, la programmazione del triennio 2017-2019.

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spazio, guerra, nuovi pubblici, multidisciplinarietà, festival, piacere

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Santarcangelo festival

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Slow and Gentle

Dal 5 al 14 luglio 2019 il 49esimo Santarcangelo Festival è Slow and Gentle. Questa terza e ultima tappa della direzione artistica di Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino scavalca definitivamente le frontiere in un’ottica post-disciplinare per scoprire cosa di fortemente legato al presente ci sia nel panorama artistico internazionale.* La performance di apertura, all’insegna dello sport, è affidata agli spagnoli Pablo Esbert Lilienfeld & Federico Vladimir Strate Pezdirc, mentre a comporre il mosaico del Festival 2019 saranno: Annamaria Ajmone, Cosmesi, Cristina Kristal Rizzo, Domínio Público (progetto di Elisabete Finger, Maikon K, Renata Carvalho e Wagner Schwartz, dal Brasile e per la prima volta in Europa), Dries Verhoeven (Olanda), Elena Giannotti, Forensic Oceanography, Joan Català (Spagna), Marco D’Agostin, Silvia Gribaudi, Varun Narain (India), mk, Markus Öhrn (Svezia) con le Azdore, Valentina Medda. *In questa grande piazza vi è posto anche per i percorsi di ricerca (Ilenia Caleo, Silvia Calderoni e Alessandro Sciarroni) e la rinnovata collaborazione con Macao, oltre che per una fitta programmazione musicale.

Terzo anno a Santarcangelo. Non deve essere stato facile, soprattutto per te, Eva, trovare il tuo posto in un contesto nuovo. Un viaggio lungo che vi ha portate a lavorare sulla comunità tanto quanto sulla programmazione del festival. Quale è il bilancio prima di questa ultima edizione?

Eva Neklyaeva: Un viaggio all’insegna del divertimento, delle tante cose che abbiamo imparato e stiamo ancora imparando. Il nostro primo festival era un invito al gioco, era il 2017 e con Contagious energy abbiamo voluto creare uno stato di energia e una dimensione aperta al piacere, aspetti necessari per nutrire la vita di una comunità di cittadini che partecipino attivamente alla vita politica. Nel programmare non abbiamo mai un piano preciso, ma diamo priorità all’ascolto: individuare i bisogni degli artisti e della comunità di spettatori e cercare di rispondervi. Così per il 2018 il bisogno risentito per Cuore in gola era quello di aprire i cancelli, trovare modalità di stare insieme, creare alleanze fuori dal proprio territorio per rispondere a uno stato di paura e ansie. Questa terza edizione sta andando delineandosi ed è sicuramente una finestra, uno sguardo importante sulle tante e lunghe conversazioni che abbiamo avuto con gli artisti in questi tre anni.

textEva Neklyaeva e Lisa Gilardino, foto DIANE

Lisa Gilardino: Il progetto che stiamo mettendo a fuoco è quello più difficile da immaginare in anticipo. Il nostro Santarcangelo va attraversato col corpo. In questa edizione molto spazio è dato alla spontaneità, ancor più che nelle precedenti. Sarà un festival di creazioni ad hoc in cui la produzione non è affrontata solo come una questione burocratica ma fondata sul desiderio di dialogare con un artista indipendentemente dal risultato del progetto. Alcune delle artiste a cui abbiamo dato carta bianca sono Kristina Norman, Francesca Grilli, Dana Yahalomi / Public Movement.

Questo dialogo forte con gli artisti si declina anche attraverso quelli che definite artisti “associati” del festival? Chi sono e che ruolo hanno?

L. G.: Con gli artisti associati si crea una vicinanza a maglie molto larghe volta a rispondere alle loro urgenze e bisogni ma anche a instaurare un dialogo sulla progettualità del festival. Francesca Grilli, Motus e Markus Hörn, tre aree e motivazioni molto diverse. Motus è stata una formalizzazione di un rapporto preesistente con il festival. La compagnia ha attraversato metà della storia del festival e sarà il nuovo direttivo artistico. Markus ci ha permesso di continuare a lavorare sul territorio, in continuità con il processo messo in moto da Silvia Bottiroli. Il suo lavoro con le Azdore, gruppo di donne romagnole, ha cambiato il paesaggio di Santarcangelo Festival. Anche questa è stata una scelta naturale. Francesca Grilli è un’artista che amiamo molto tutte e due e con la quale ci piaceva approfondire un dialogo e un confronto artistico.

Uno dei fil rouge del festival è di certo l’impegno politico, che trova nella collaborazione con il collettivo Macao un elemento fondante. Quale è oggi il rapporto tra arte e politica nella vostra pratica? In che modo il tema politico si è evoluto in questi tre anni?

L- G.: Penso che il nostro modo di lavorare sia profondamente politico a partire dall’impostazione del lavoro d’ufficio. Lavorare con Macao è nato dal bisogno di trovare una risposta alla contraddizione tra i contenuti radicalmente politici di certi progetti e le loro modalità produttive o comunicative. Macao ha avuto accesso a tutti i processi di lavoro e produzione del festival: dai procedimenti decisionali ai documenti finanziari, con lo scopo di analizzare e criticare il nostro modo di lavorare. Durante il primo anno il festival ha subito attacchi politici, nel secondo sono arrivate addirittura delle minacce. E comunque la questione politica continua a essere un punto di indagine molto importante anche quest’anno.

textDragon descansa en el lecho marino, Pablo Esbert Lilienfeld e Federico Vladimir Strate Pezdirc, foto Andrea Beade

Macao sarà presente anche quest’anno?

E. N.: Ci stiamo lavorando. L’anno scorso invece hanno collaborato con i così definiti “artigiani del corpo” allo scopo di analizzare il limite tra piacere e lavoro, tra pubblico e privato. Il tema del piacere e quello della cura sono ancora e sempre più presenti quest’anno. Un’idea di piacere e cura come un atto politico di resistenza.

Avete lavorato molto sull’idea di comunità, incrementata con due progetti annuali importanti, Wash Up ed È Bal.

E. N.: Miriamo a identificare il lavoro artistico come un lavoro sociale. Abbiamo la responsabilità, in quanto lavoratori della cultura, di interrogarci sull’eredità che vogliamo lasciare in quanto comunità. Per questa edizione del festival abbiamo lavorato sulla programmazione performativa ma anche sulla creazione di spazi e contesti adatti all’incontro tra gli spettatori, per creare una comunità, un dialogo e, perché no, luoghi per l’innamoramento! Il festival è il luogo in cui meta-conversazioni possono aver luogo. Spazi in cui le barriere possono essere eluse. Come succede nel progetto Wash Up, in cui una commissione di teenager sceglie un giovane artista da associare a un artista del festival per la produzione di un nuovo lavoro e qualcosa di inaspettato si produce. O quando il lavoro di Tamara Cubas, Multitud, permette di creare uno scambio con le famiglie degli alunni-performer su temi che vanno aldilà del performativo. Oggi assistiamo a una sorta di polarizzazione del dialogo politico, ognuno è chiuso nella propria bolla ed è difficile comunicare fuori dal proprio contesto sociale. Siamo state ferite dagli attacchi che il festival ha ricevuto, ma allo stesso tempo questo ci ha dato l’opportunità di instaurare un dialogo con chi sta fuori dal nostro orizzonte abituale.

Qualcosa sta cambiando oggi, sul piano etico e politico, all’interno del sistema dell’arte in Italia e fuori?

Credo che sia in atto un processo importante, volto al cambiamento del sistema patriarcale in cui lavoriamo. È un processo doloroso, ma una delle cose più importanti in corso, soprattutto in un contesto iper-gerarchico e opprimente come in Italia. Molto dipende da questo processo, dentro e fuori il sistema dell’arte. Per ora la domanda è come riportare queste rivendicazioni nella pratica professionale quotidiana. Il dialogo è importante.

textBermudas, MK, foto Andrea Macchia

Anche il pubblico è cambiato in questi anni…

L- G.: Abbiamo investito molto sulla rigenerazione del pubblico attraverso progetti come Wash Up e una comunicazione indirizzata a un pubblico giovane.

Format diversi hanno abitato il festival. Mi ha molto colpita l’idea di “habitat” che nel 2017 si opponeva in un certo senso alla fruizione abituale dello spettacolo. L’anno scorso avete invece chiesto ad alcuni artisti di farsi curatori di una programmazione satellite del festival. Format diversi e aperti.

L. G.: Sì e quest’anno ci siamo spinte oltre interrogando il processo dello sguardo: modalità di visione, motivazioni, tabù, pregiudizi, abitudini. Molti lavori avranno un formato fluido e attraverseranno il festival spezzando alcune consuetudini. Nella nuova creazione di Chiara Bersani, Il Canto delle Balene, sarà il pubblico stesso del festival a sostenere la ricerca.

Quali progetti per il dopo Santarcangelo? Uno in particolare, so che sono tanti!

L. G.: Al momento sono immersa nel presente. Ad esempio qui a Parigi con B-Motion, Short Theatre, La lavanderia a Vapore e Terni stiamo lavorando al progetto Boarding Pass Plus Danza, che prevede lo sviluppo di azioni rivolte all’internazionalizzazione della scena italiana sia per artisti che producer under 35. E. N.: Sono stata invitata dal Vooruit arts center di Ghent, in Belgio, per curare un progetto sul rapporto tra arti performative e piacere e sessualità. Molto del lavoro fatto a Santarcangelo sul potere politico del piacere e l’idea che questo piacere dovrebbe far parte dei diritti dell’uomo lo porterò in Belgio.