Sasha Waltz

1963, Karlsruhe - Germania

Coreografa e danzatrice. Fonda la sua compagnia, la Sasha Waltz and Guest, nel 1993. La sua danza, basata sull'improvvisazione e la partecipazione dei danzatori alla scrittura coreografica, é in grado di incarnare la storia e declinare traiettorie future. Una gestualità ricca, carnale e astratta, ironica e poetica, che conquista palcoscenici teatrali e spazi museali.

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musica, multidisciplinarietà, luce, moda

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Romaeuropa Festival

date

Kreatur

L’intervista è stata commissionata dalla Fondazione Romaeuropa per i programmi di sala del festival.

Kreatur nasce dalla collaborazione con la designer Iris Van Herpen, il light designer Urs Schönebaum e la band berlino-newyorkese Soundwalk Collective. Cosa di questi artisti hai subito amato? Come si è sviluppato il lavoro con ciascuno di loro?

È la prima volta che collaboro con ognuno di questi artisti. Avevo visto o ascoltato il loro lavoro in precedenza e sapevo che la loro poetica era affine al mio mondo, che con loro avrei potuto dar vita a quella atmosfera specifica che speravo costruire per questo spettacolo. Insieme abbiamo creato un linguaggio unico e condiviso, una modalità veramente pura e intuitiva di scambio. Confrontarsi con il lavoro della fashion designer Iris Van Herpen è stata una vera sfida da più punti di vista. La sua opera trova fondamento e ispirazione nelle strutture, nelle forme e nei sistemi degli elementi organici. Non voglio chiamare queste creazioni “vestiti” oppure “costumi”. Potremmo dire che le sue creazioni siano molto più vicine alla scultura che alla moda tout court. E credo che questo sia un forte punto di contatto tra le nostre due anime artistiche. Si tratta di porre al centro il corpo umano sfidando le sue possibilità di legame con la tecnologia. Mi sento fortemente legata al punto di vista di Iris sia in senso etico che in senso estetico.

textfoto Luna Zscharnt

Anche i Soundwalk Collective più che essere semplicemente dei musicisti sono degli artisti concettuali che producono opere sonore e li amo proprio per questa ragione. Sono un vero e proprio team di antropologi che utilizza il suono e la musica come strumento per restituire una memoria a spazi effimeri, luoghi di forte rilevanza storica per motivi culturali e politici, spazi che conservano le tracce di quella industrializzazione che ci stiamo gradualmente lasciando alle spalle navigando verso l’era digitale. Sono profondamente sedotta dalla gamma atmosferica di questi paesaggi sonori. Infine ammiro Urs Schönebaum per le sue luci chiare e allo stesso tempo semplici, molto grafiche, radicali, decise. Condivido con lui l’amore per la luce bianca e per l’oscurità (inizialmente volevo chiamare questo spettacolo “darkness”).

Attraverso gli abiti di Iris Van Herpen in Kreatur i 14 danzatori in scena mostrano un corpo in continua trasformazione: sono corpi fragili e toccanti, a volte dolenti. Come hai pensato i movimenti in relazione ai costumi indossati?

textfoto Sebastian Bolesch

Con Iris abbiamo iniziato a collaborare un anno e mezzo prima di iniziare la produzione di Kreatur. Sono stata nel suo studio ad Amsterdam, ci siamo confrontate, ci siamo scambiate un libro di ispirazioni, abbiamo deciso insieme i futuri materiali. La sfida è stata quella di dare piena mobilità ai danzatori ma senza imporci limiti. Dovevamo fare i conti con un futuro numero consistente di repliche, con gli spostamenti, i viaggi, ma contemporaneamente dovevamo pensare al corpo, per fare un esempio al semplice sudore dei danzatori. Abbiamo scelto di essere il più radicali possibile, senza arrenderci ai comuni materiali utilizzati da sempre nel teatro e nella danza. Penso che siamo riuscite a spingerci molto lontano. Amo l’utilizzo di strutture, materiali e processi di creazione completamente diversi che caratterizza il lavoro di Iris: dall’impiego di tecniche digitali, come il “lasercutting”, per arrivare alla realizzazione artigianale di cuciture molto complesse e articolate. Iris rivela il corpo e maschera il corpo; trasforma, annebbia, moltiplica e imprigiona il corpo…. Costruisce una distanza con e tra i corpi. Da questo nasce un equilibrio perfetto tra fragilità, vulnerabilità e violenza. E alla fine è proprio il corpo nudo, come in molti dei miei primi lavori alla fine degli anni Novanta, ad essere il vero protagonista di kreatur.

textfoto Sebastian Bolesch

In che modo Kreatur dialoga con il paesaggio sonoro di Soundwalk Collective?

Con Soundwalk Collective abbiamo lavorato a partire da fonografie (suoni naturali in presa diretta) e frammenti sonori, ricercando le atmosfere e le tonalità giuste per lo spettacolo. Questo processo è iniziato durante le prove in studio. Una volta fissata la struttura coreografica e drammaturgica, la struttura musicale si è rivelata da sola, con naturalezza. La musica dà supporto ai quattro momenti cardine di Kreatur e crea uno spazio potente all’interno del quale danzare. Durante le ultime due settimane prima della première io e i Soundwalk Collective abbiamo lavorato in stretto contatto: abbiamo creato delle connessioni tra la danza e la musica che sentivamo ancora mancanti e abbiamo inserito nuovi suoni per sottolineare alcuni aspetti centrali nello spettacolo. Abbiamo lavorato sulla musica elettronica esattamente come fosse un’orchestra: bilanciando le pause, i volumi, i silenzi, le transizioni, le voci dal vivo e quelle registrate. Volevamo che il suono della stessa danza, il suo ritmo naturale potesse essere ascoltato e compreso.

textfoto Christophe Raynaud de Lage

Il titolo del Romaeuropa Festival 2017 è “Where are we now?”. Dove è Sasha Waltz adesso? A questo punto della tua carriera senti la necessità di affermare quanto esplorato nei tuoi anni di attività o invece di metterlo ancora e ancora in crisi per esplorare nuovi territori?

Mi piace rinnovare e ripensare il mio lavoro, affrontare sfide e sperimentare nuovi percorsi per la creazione. Ciò che già conosco mi annoia facilmente. Non si tratta di cercare la sicurezza ma una fragilità, ascoltare le proprie ispirazioni, assecondare le proprie visioni. Questa è la mia natura. Porto con me le esperienze passate e condivido la mia storia con quella dei miei danzatori, un team con cui collaboro da molti anni. Mi fido di loro e questa è la mia sicurezza, il terreno sul quale costruire il futuro o il punto di partenza che mi permette di esplorare e di intraprendere nuove ricerche ancora senza sosta.