Susanne Franco

Studiosa, docente di storia della danza all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

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curatore, danza

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museo, memoria, archivio, danza moderna

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Dancing Museums

La danza fa il suo ingresso a Palazzo Grassi per confrontarsi con il tema della trasmissione e dell’archivio nella masterclass e conferenza-performance in onore della grande coreografa americana Yvonne Rainer, tenute dalla sua danzatrice Sara Wookey. In quest'intervista torniamo a confrontarci con Susanne Franco sul rapporto tra danza e museo.

Sappiamo che sei alle prese con un nuovo e interessantissimo progetto che affronta il tema della danza nei musei. Il doppio appuntamento di Palazzo Grassi con la danzatrice Sara Wookey, in onore della coreografa americana Yvonne Rainer, ne fa in qualche modo parte. Di cosa si tratta?

Dal 27 al 30 maggio 2019 Palazzo Grassi ospiterà una masterclass per danzatori, Transmitting Yvonne Rainer’s Trio A (1966), di Sara Wookey, seguita dalla conferenza-performance On Transmitting Trio A (1966) by Yvonne Rainer, aperta al pubblico e durante la quale Wookey proporrà alcune delle sue variazioni di questo pezzo considerato un emblema della danza post-moderna. Presentato per la prima volta nel 1966 col titolo The Mind is a Muscle, Part I in forma di trio da Yvonne Rainer, David Gordon e Steve Paxton (che lo eseguivano simultaneamente ma non all’unisono), Trio A ha assunto negli anni dimensioni diverse.

In che senso?

Si tratta di una sequenza di movimenti della durata di circa cinque minuti, priva di accompagnamento musicale e di accentuazione, che potremmo definire, in termini musicali, una sorta di fraseggio non modulato. Rainer lo ha creato per interrogare e mettere in crisi il concetto di danza ereditato dalla modern dance e Wookey ne analizzerà la composizione coreografica e il linguaggio coreutico in dialogo con i danzatori che, dietro l’apparente semplicità, ne scopriranno la complessità strutturale e concettuale. Trasmettere un’opera coreografica “storica” all’interno di uno spazio museale implica la necessità di immaginare il patrimonio coreutico come qualcosa da preservare anche attraverso la sua incorporazione e la sua inevitabile trasformazione perché abbia un senso per i visitatori/spettatori di oggi.

textTransmitting Trisha Brown, courtesy Palazzo Grassi

Yvonne Rainer (1934), allieva di Cunningham, è l’iniziatrice di una danza che si allontana dal virtuosismo, dalla spettacolarizzazione, dall’immagine del danzatore star, dall’idea di uno spettatore da sedurre (come lei stessa scrive nel NON Manifesto del 1964) e che fa spazio al corpo quotidiano, si avvicina alle pratiche della performance art, alla musica, alle arti visive e soprattutto al cinema. In che modo i precetti dell’arte di Rainer, così lontana da una codificazione del movimento, possono essere preservati in un processo di “reenactment” e trasmissione di un brano coreografico che diventa “repertorio”?

Rainer è stata attivissima nel trasmettere i suoi pezzi e in particolare Trio A, che per anni ha insegnato a professionisti e non, lasciando che si diffondesse senza esercitare uno stretto controllo, mentre ora ha affidato questa trasmissione a pochi danzatori, tra cui Sara Wookey. Se per gli studiosi di danza il repertorio non è più pensabile come un corpus di opere fissate stabilmente e tanto meno di proprietà esclusiva di chi lo ha creato, d’altro canto, per gli artisti, il reenactment di un’opera coreografica, a differenza di una “ricostruzione”, non occulta ma porta in primo piano il dialogo tra presente e passato, tra processo creativo, opera d’arte e ricezione. E questo si basa sulla consapevolezza di non poter restituire un’opera del passato com’era e dov’era. Con Wookey parleremo anche di questi diversi approcci alla trasmissione in danza.

Era “politica” la danza di Yvonne Rainer, così come lo è stato il suo cinema?

Assolutamente sì. Rainer ha decostruito e ripensato il modo in cui un coreografo può individuare, selezionare e articolare i movimenti del corpo nel tempo e nello spazio, ma anche la complessa relazione tra autenticità, rappresentazione e illusione che si stabilisce tra chi esegue una danza e chi vi assiste da spettatore. In questo senso l’estetica delle sue opere comunica una precisa presa di posizione politica sull’arte e sulla società, offrendo nuove immagini di come possiamo eseguire movimenti quotidiani in forma di virtuosismo. In altre parole, la sua danza non mira a essere spettacolare e seducente, ma consapevolmente controllata per la e nella rappresentazione.

Workshop e conferenza-performance fanno parte di un ciclo di eventi, con sede a Palazzo Grassi, dal titolo Muoviti Muoviti! Danza musica performance. Everybody. L’anno scorso la protagonista è stata Trisha Brown, con il pezzo Solo Olos (1976) trasmesso da Abigail Yager. Due coreografe pioneristiche. In che modo le due pratiche si relazionano al tema della memoria?

Muoviti Muoviti! Danza musica performance è un format che ho ideato per Palazzo Grassi nel 2017 per diffondere la cultura della danza attraverso workshop, performance dal vivo e proiezioni di film accompagnate dal commento di artisti e studiosi. Ai laboratori per bambini delle elementari (la sezione Kids) si sono aggiunti in seguito quelli per adolescenti (la sezione Teen) e infine le masterclass per danzatori seguiti da incontri-performance pensati in dialogo con le mostre di volta in volta presentate a Palazzo Grassi e a Punta della Dogana (la sezione Everybody). Danza e performance sono sempre più presenti negli spazi museali, un fenomeno rivelatore della tendenza diffusa dei musei a non essere più soltanto luoghi in cui vedere opere d’arte e acquisire conoscenze, ma sempre più delle piattaforme sociali e dei laboratori permanenti dove fare esperienza. Trisha Brown e Yvonne Rainer sono state tra le danzatrici e intellettuali più impegnate fin dagli Anni Sessanta e Settanta del Novecento a ripensare i concetti di danza e coreografia, avviando un processo che ha nutrito e influenzato molte generazioni di artisti. Oggi questa eredità è fondamentale per conoscere le radici di molta danza e arte contemporanea e le dimensioni più recenti della performance art. È anche cruciale per verificare quanto danza e performance non siano arti effimere, come vorrebbe la vulgata, ma al contrario lascino tracce nei corpi degli interpreti e nella memoria (individuale e collettiva, visiva, emotiva e incorporata) degli spettatori.

textDancing Museums, residenza, Rotterdam, Foto Fred Ernst

E ancora, questo programma nasce in collaborazione con progetto europeo Dancing Museums. The Democracy of Beings che curi per Ca’ Foscari. Come e con chi è nato, quali sono gli assetti e il contenuto del progetto e come si svilupperà nei prossimi mesi/anni?

Dancing Museums. The Democracy of Beings è un progetto di ricerca sostenuto da Creative Europe (2018-2021) che continua il lavoro da poco concluso con Dancing Museums. Old Masters, New Traces (2015-17). Lo scopo di questa ricerca è esplorare nuove modalità di fruizione dell’arte attraverso la danza e sostenere collaborazioni di lunga durata attraverso comunità locali, università e centri di ricerca (la Fondazione Fitzcarraldo e l’Università Ca’ Foscari di Venezia, con i Dipartimenti di Filosofia e Beni Culturali e di Management), organizzazioni di danza (La Briqueterie, Dance4, Dansateliers Mercat de les Flors, Tanech Praha e il Comune di Bassano del Grappa), e musei (il MAC VAL Musée d’art contemporain, il Museo Civico Bassano del Grappa, il Museum Boijmans Van Beuningen, il Nottingham Contemporary e la Prague City Gallery). Alle azioni mirate all’ampliamento del pubblico il progetto affianca quelle orientate al potenziamento delle risorse umane, del management e degli ambienti professionali per innescare percorsi innovativi e sostenibili. I partner seguiranno un ciclo di seminari e workshop, mentre gli artisti selezionati elaboreranno e sperimenteranno i loro progetti tramite un articolato sistema di residenze nei vari musei coinvolti. Un convegno internazionale a Ca’ Foscari nel 2021 concluderà questo percorso di ricerca, che intreccia museologia, management delle arti alla pratica di nuove forme di democrazia, inclusione e partecipazione.